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The Gray Man, la Recensione

Ma una storia davvero originale quando?

Incontriamo Court Gentry quando, una quindicina di anni fa, era stato arruolato nella CIA mentre scontava una lunga pena carceraria.

In cambio della libertà si impegnava a entrare in uno dei corpi speciali della CIA, addetto a togliere di mezzo i bersagli via via indicati, buoni o cattivi, giusto o sbagliato che fosse, non era un problema suo, il solito impassibile sicario governativo, per il Re e per la Patria.

Molti anni dopo lo ritroviamo, ormai un professionista fatto e finito con il nome di Sierra Six, impegnato a far fuori l’ennesimo obbiettivo. Durante la missione però finisce dentro un intrigo che potrebbe compromettere l’ambizioso e spregiudicato Charmichael, alto dirigente CIA impegnato a scalare con ogni mezzo i vertici della “ditta”. Sulle tracce di Court viene scatenato un “asset” criminale più di lui, il mercenario Lloyd Hansen, a capo di una corte di assassini super attrezzati. Fra inseguimenti e agguati, la caccia all’uomo si sposterà da una location all’altra, passando da Bangkok a Londra, da Berlino a Praga, per concludersi in un castello della Croazia (che in realtà si trova in Francia).

Il primo incontro fra Ryan e Ana

Court è interpretato da Ryan Gosling, che nei suoi film fa quasi sempre il bravo ragazzo sensibile, il boss CIA è l’antipatico Regé-Jean Page (quello di Bridgerton, non fategli fare 007 per favore) e il mercenario fuori di testa è affidato a Chris Evans, in versione psicopatico in delirio di onnipotenza. Come dubitare su come andrà a finire? Aggiungiamo che a guardare le spalle di Court ci sarà la dolcissima Dani, cioè Ana de Armas, che già in 007 No Time to Die picchiava come un fabbro, mentre ci sarà pure da salvare una ragazzina opportunamente di cagionevole salute, figlia del reclutatore di Court, un paterno Billy Bob Thornton. E dubitare su come andrà a finire diventa sempre più difficile.

Perché è questo il limite di The Gray Man, la sua prevedibilità, il rimasticare ogni possibile clichè, che porta a una messa in scena con lo stampino di una serie di eventi accuratamente costruiti per alternare scene d’azione clamorose, sparatorie da zona di guerra, combattimenti corpo a corpo da demolire un camion, con qualche parentesi da commedia, tanto per far parlare un po’ i protagonisti.

Questo però non è solo colpa della sceneggiatura del film, scritta da Joe Russo, Christopher Markus e Stephen McFeely. Perché il film è la trasposizione del romanzo omonimo, scritto nel 2009 da Mark Greaney, primo di una serie di ben 11 romanzi con il dodicesimo atteso per l’anno prossimo. Greaney, che è andato avanti a scrivere libri su Jack Ryan dopo la morte di Tom Clancy, è un autore serenamente commerciale, uno dei tanti che quando scrive un libro pensa (spera) che possa diventare la sceneggiatura di un film e quindi si instrada su binari consolidati.

Chris Evans, uno psicopatico in gran forma

Negli ultimi anni questo è avvenuto in diversi generi, nel fantasy, nel thriller e nell’horror, spesso nel cosiddetto “young adult” e nelle spy story. Leggendo alcuni di questi libri, divenuti poi film, si ha la sensazione che gli scrittori abbiano semplicemente letto con molta attenzione tutti i classici di genere e abbiano poi fatto un accurato collage, rimescolando personaggi e situazioni all’infinito, generando però un senso di ripetitività che salta all’occhio del lettore/spettatore più informato.

Il risultato finale di questi mash-up dipende allora da altri fattori, visto che l’originalità latita. Dipende dal cast, dipende dai registi. In The Gray Man entrambi i fattori lasciavano ben sperare. Eppure nemmeno un cast di nomi noti e anche stimati, riesce a migliorare un risultato mediocre. Anzi, la delusione porta a reagire con insofferenza alle solite gesta iperboliche di eroi infrangibili, dove l’azione avviene libera dalla costrizione dei fusi orari.

La consueta sobrietà espressiva di Ryan Gosling non riesce a smuovere il suo personaggio fin troppo derivativo, il solito sicario in preda a scrupoli morali, nel filone dei tanti Jason Statham o Liam Neeson, idem per la tipologia dell’assassino, strumento di morte impassibile nelle mani di agenzie deviate, nello stile del Jason Bourne di Matt Damon. Meglio allora il mercenario megalomane Lloyd Hansen, che Chris Evans si diverte a interpretare con humor, dopo tanti film passati a fare l’eroe tutto d’un pezzo.

Ryan contempla la devastazione di mezza Praga

Quanto ai Fratelli Russo, Joe e Anthony, già autori di film Marvel come The Winter Soldier, The Civil War, Infinity War, Endgame, non si può certo imputare loro di non saper girare le scene d’azione e infatti avremo alcuni momenti di divertente distruzione (Praga devastata da un inseguimento fra un tram e alcuni veicoli, con contorno di sparatoria con armi pesanti) e fughe ed esplosioni di indubbia spettacolarità. Ma tutto questo fa di The Gray Man un film memorabile?

Siamo invece in presenza di un altro di quei “film Netflix”, definiti così come fosse un nuovo genere cinematografico, un prodotto che non sfigura in sala ma che si dubita varrà il prezzo di un biglietto.

Infatti The Gray Man esce nei cinema il 13 luglio, concedendo così qualche giorno per godere di tanta spettacolare azione su grande schermo e con un audio adeguato, ma già dal 22 sarà visibile su Netflix in streaming, con una politica distributiva che lascia perplessi ma che forse era l’unica possibile.

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