DLC a pagamento: stiamo esagerando? - editoriale

L'annuncio di CD Projekt RED fa parte delle dinamiche di mercato o è la goccia che fa traboccare il vaso?

È ufficiale: anche CD Projekt RED, ultimo baluardo dei diritti dei gamer e dell'etica in generale all'interno della games industry, ha infine ceduto alla logica dei "season pass" e dei DLC a pagamento. The Witcher 3 è stato posticipato diverse volte e deve ancora uscire sul mercato ma da oggi chi ritenesse può già pre-ordinarlo insieme a ben due contenuti aggiuntivi, in arrivo nel prossimo futuro per un costo ulteriore di 25 euro.

Se a fare una cosa del genere fosse stato un qualsiasi altro studio di sviluppo o publisher, il fatto in sé avrebbe costituito una non-notizia; ma per un'azienda spesso portata a esempio per le sue politiche anti-DRM, consumer friendly e in generale molto 'liberali', l'annuncio è stato una vera sorpresa ed ha generato non poche polemiche tra i fan. Una cosa ben comprensibile, soprattutto se si ricordano le precedenti dichiarazioni di CD Projekt sul tema dei contenuti scaricabili, che suonavano tanto gloriose allora quanto ambigue oggi.

Solo due mesi fa, infatti, il CEO Marcin Iwiński si esprimeva così: "Crediamo che sia giusto rilasciare dei DLC gratuiti, perché le persone hanno pagato il prezzo pieno per il nostro gioco e quindi glielo dobbiamo". All'epoca, in pochi badarono alle sue parole successive, che invece oggi assumono un significato tutto nuovo: "non regaleremo contenuti giganteschi, non aggiungeremo dieci ore di storyline; daremo dei piccoli DLC". Bisogna notare, infatti, che i contenuti a pagamento appena annunciati per The Witcher 3 vengono descritti proprio in termini di ore di gioco: 10€ per l'espansione che promette 10 ore in più e, molto appropriatamente, 20€ per quella da 20 ore. Morale della favola: per chi vorrà tutti i contenuti fino all'ultimo, The Witcher 3 su console costerà la bellezza di 85 euro.

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Vogliamo tutti bene a CD Projekt RED, ma ha senso basare la propria comunicazione sui DLC gratuiti per poi rivelare, a sorpresa, l'esistenza di contenuti aggiuntivi a pagamento?

Alla luce di questi ultimi fatti e delle reazioni che hanno generato tra il pubblico, crediamo che sia arrivato il momento di chiedersi: la situazione dei DLC a pagamento è sfuggita di mano? La dinamica di acquistare un gioco che poi, a sua volta, si trasformerà in piattaforma per venderci altri brandelli della stessa esperienza di gameplay, fa parte dei normali sviluppi di un'industria sempre più votata al digitale e dunque, per sua stessa natura, al concetto di aggiornamento costante? Oppure siamo semplicemente di fronte ad un'industria sempre più avida, che tenta di spennare i suoi clienti come polli?

Dare una risposta univoca che riguardi tutti i casi, tutti i giochi e tutti i publisher/sviluppatori, è ovviamente impossibile. La questione DLC, infatti, è molto più complicata di come non la si spacci a volte. Personalmente non dubito del fatto che quello di CD Projekt RED sia stato davvero solo un inciampo dovuto ad una cattiva comunicazione: visti i trascorsi dell'azienda, penso che le espansioni di The Witcher 3 saranno veramente contenuti aggiuntivi e non brandelli di gioco sottratti dal codice originale per essere poi reimpacchettati e rivenduti successivamente.

Ciò non significa che il tema dei DLC sia sempre stato trasparente in passato, e che lo sarà sempre in futuro. È chiaro: le espansioni esistono da decenni e solo recentemente il fenomeno ha cominciato a generare sentimenti così negativi. Si tratta, essenzialmente, di una questione "psicologica" e di percezione da parte di un pubblico ormai sempre più diffidente nei confronti dell'industria, spesso con buona ragione.

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Il tema dei DLC è ormai vissuto con diffidenza da buona parte del pubblico. Siamo diventati troppo sensibili, o è l'industria che negli ultimi dieci anni ha forzato troppo la mano?

La scorsa generazione è stata la prima a proporre il tema dei contenuti scaricabili, e tutti ricordiamo ancora i primi disastri causati, a partire dai 2.5 dollari richiesti per una singola armatura da cavallo in Oblivion, fino ai numerosi casi di DLC venduti da Capcom come "espansioni" ma in realtà già presenti sul disco del gioco.

A conti fatti, il tema dell'espansione può risultare sia negativo, come nei casi appena citati, sia fortemente positivo, a patto che sia veramente eseguito con cura e con rispetto dell'utente finale. In poche parole, i contenuti per cui torniamo a pagare cifre a volte considerevoli devono realmente rappresentare un qualcosa di integralmente nuovo, che nasce dopo il termine dello sviluppo del gioco di partenza e che va ad "espanderlo", non a integrarne parti che venivano percepite come mancanti.

Curiosamente, possiamo fare un esempio sia in negativo che in positivo basandoci sulla medesima serie: la Prepare to Die Edition di Dark Souls è un esempio di buona espansione (a parte i problemi tecnici su PC), in quanto aggiunge una quantità notevole di contenuti creati ex-novo e di altissima qualità; la Scholar of the First Sin di Dark Souls 2, invece, dal punto di vista etico è un pessimo esempio di "espansione": non si capisce per quale motivo, infatti, chi ha comprato il titolo originale su PC dovrebbe pagare nuovamente per avere un gioco aggiornato alla versione DirectX 11, quando è evidente che Dark Souls 2 su PC avrebbe potuto e dovuto utilizzare da subito le librerie più moderne a disposizione.

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C'è anche chi adotta un approccio diametralmente opposto a quello della diffidenza, acquistando compulsivamente titoli che ancora non conosce, mesi prima della loro uscita. I publisher, ovviamente, incassano e ringraziano.

A prescindere dalla buona o cattiva esecuzione del tema dei DLC, che può essere spesso causata da inesperienza (come è sicuramente avvenuto nel caso di From Software) e non necessariamente da malizia, penso che vada sottolineato un altro aspetto inquietante della vicenda odierna: il fenomeno dei pre-order, che già risulta borderline relativamente all'acquisto anticipato di titoli completi, ma assume addirittura i tratti del ridicolo se riferito ai famigerati "season pass".

Se già è abbastanza illogica la prassi di pagare anticipatamente 60 euro per un titolo del quale non si possono conoscere le qualità, figurarsi quando "al buio" si acquista non solo il gioco, ma anche tutte le sue (presunte) espansioni future, di cui spesso si conosce solo il nome e una generica release window. Ne sanno qualcosa tutti i gamer che hanno comprato il season pass di Assassin's Creed: Unity.

Sotto sotto, anche lo stesso CEO di CD Projekt RED sembra condividere la mia opinione. Non a caso conclude l'annuncio di ieri con parole che, a seconda della lettura, possono suonare lievemente imbarazzate: "offriamo il pre-order del Season Pass fin da ora ma non comprate nulla se non ne siete sicuri. Aspettate le recensioni o giocate prima al gioco e decidete successivamente". Un consiglio talmete saggio da sembrare scontato.

Del resto, abbiamo sempre apprezzato la franchezza dello sviluppatore polacco e riteniamo che invitarci a pagare 20 euro oggi per una fantomatica espansione in uscita nel 2016 avrebbe richiesto una dose di ginnastica mentale da PR alla quale, evidentemente, Iwiński ha voluto sottrarsi. Tanto varrebbe, altrimenti, aprire subito la campagna di pre-order anche per The Witcher 4...

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Riguardo l'autore

Luca Signorini

Luca Signorini

Redattore

Luca gioca e scrive da quando ha scoperto le meraviglie del pollice opponibile. È giornalista ma soprattutto appassionato; non gli toccate Metroid, Stallone, i Black Sabbath e la carbonara e sarete suoi amici per sempre.

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