Quando era in giovane età, James Kay decise di trasformare il proprio hobby in una vocazione e di progettare giochi piuttosto che giocarli solamente. Realizzò piuttosto in fretta il suo sogno, andando a lavorare presso diversi sviluppatori inglesi alla fine degli anni '90. Pur avendo avuto successo là dove molti altri avevano fallito, tuttavia, Kay non era soddisfatto. Mario, Sonic e le altre icone della sua infanzia erano giapponesi, e proprio i canoni dei giochi nipponici erano quelli universalmente dominanti nell'industria dei videogiochi.

Cosa sarebbe potuto essere meglio per Kay, che lavorare in uno studio giapponese per realizzare i migliori giochi del mondo sotto la leadership degli autori più conosciuti del settore? Nel 2001 si spostò a Tokyo, ottenendo un lavoro presso un prestigioso sviluppatore dagli occhi a mandorla, lavorando così al fianco dei propri idoli.

La realtà, tuttavia, arrivò presto a smorzare il sogno. Essendo uno dei pochi sviluppatori stranieri a Tokyo, il lavoro era solitario. A questo si unì la massacrante vita dell'impiegato giapponese, costretto a lavorare anche fino a tarda notte facendo sembrare tutto naturale. In parte per sfogare la frustrazione, in parte per mettere in luce la cruda realtà della vita degli sviluppatori giapponesi, Kay ha assunto lo pseudonimo di JC Barnet e ha iniziato a parlare della propria esperienza su Japanmanship.

“Spero che quello che scrivo non appaia troppo disilluso,” afferma. “Troppe persone sono ancora innamorate dei giochi giapponesi e non vorrebbero mai sentire nulla di negativo riguardo al loro metodo di produzione. In molti sognano di lavorare in Giappone, senza comprendere davvero cosa questo comporti. Ho cercato di offrire una visione realistica della situazione, assicurandomi di incoraggiare le persone a fare la propria mossa dopo essere stati perfettamente informati.”

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Akihabara è il centro nevralgico dell'elettronica di Tokyo.

Il sito è diventato velocemente il posto da visitare per i giovani uomini che, come Kay, sognavano di lavorare all'estero nell'ambito dei giochi che avevano riempito di sogni la loro infanzia. La rapida popolarità del sito ha trasformato Japanmanship in più di una semplice guida turistica con consigli lavorativi. Quando l'industria ha iniziato a collassare attorno a lui, Kay è diventato il reporter in prima linea in grado di offrire una finestra diretta su un'industria in declino fin troppo riservata. Con la cruda e analitica visione dell'insider, Kay ha offerto uno scorcio sul come e, cosa ancor più importante, sul perché l'industria giapponese dei videogiochi stesse cadendo a pezzi.

“Come mi è stato detto, io non ho ciò che serve [per lavorare in una grande compagnia giapponese],” ha scritto nel dicembre 2008, subito dopo essersi allontanato per creare la propria compagnia con sede a Tokyo, la Score Studios. “La colpa è della mia fott**a bassa soglia di sopportazione e del mio desiderio di avere metodi di lavoro professionali e razionali... ho ancora tremendamente a cuore il mio lavoro e la qualità del prodotto finale, ed è per questo che capisco ciò che sta accadendo”.

“Non sono certo un luminare, ma so riconoscere i disastri... Il Giappone ha ricevuto troppo e troppo a lungo. Visto che i giochi giapponesi hanno generato una certa quantità di pura adorazione, la gente è stata spesso troppo pronta a perdonare i tanti piccoli problemi amplificatisi nelle generazioni più recenti, e ora siamo arrivati al punto di svolta. Nel momento in cui perfino i grandi nomi sono un disastro dal punto di vista tecnico, non possiamo che giungere alla conclusione che il Giappone non sia la Mecca dei videogiochi... o almeno non più.”

Mentre il resto del mondo stava col fiato sospeso, i post di Kay hanno scandito gli ultimi giorni di un impero.

Riguardo l'autore

Filippo Facchetti

Filippo Facchetti

Redattore

Filippo Facchetti è un rispettabile nerd da sempre appassionato di "giochini elettronici". Prima di approdare a Eurogamer scrive per importanti riviste di settore e conduce programmi TV dedicati all'intrattenimento digitale.