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Confessioni di un post-core gamer - editoriale

Calo del desiderio? Ansia da prestazione? Ecco la guida (im)perfetta al gaming over-30.

La definizione di 'hardcore gamer' è un distintivo di cui tutti noi amiamo fregiarci, per distinguerci orgogliosamente dai giocatori della domenica che hanno scoperto l'interattività con Temple Run sul loro smartphone e che, magari, fino a qualche mese fa minimizzavano o ridicolizzavano la nostra passione.

Anche se il termine di per sé non implica una definizione precisa, tutti noi sappiamo benissimo quale sia il suo significato: l'hardcore gamer è il vero appassionato di videogiochi, quello che non solo gioca spesso e ad ampio spettro ma conosce anche la storia e i protagonisti di questo straordinario medium, ne immagina e sogna il futuro, e ad ogni occasione possibile si lancia in discussioni infinite su quanto fosse overpowered quella combo di Street Fighter, su come lo Z-Targeting abbia rivoluzionato il mondo degli action game 3D e via dicendo.

Questa, per noi che giochiamo duro da anni o decenni, è ormai una realtà acquisita: siamo gamer nel DNA. Eppure ad alcuni di noi, specialmente i più stagionati, quelli che hanno macinato più gettoni nelle sale giochi d'un tempo, accatastato sempre più strati di vecchie console in cantina ed emulato tutto l'emulabile in infinite sessioni di retro-gaming con gli amici, persino la definizione di giocatori "hardcore" comincia a calzare poco.

Guardiamoci in faccia: siamo quelli che ormai giocano un Assassin's Creed ogni quattro, possibilmente ai salti generazionali, tanto per "non restare indietro" ma evitando al tempo stesso il superfluo. Siamo quelli che la metà delle volte skippano le campagne in singolo dei giochi online-centrici, perché sappiamo quanto siano a malapena abbozzate, o viceversa nemmeno aprono il menu "extra" dei giochi story-driven, per risparmiarsi l'ennesima modalità online inutile e poco ispirata. E una volta completato un gioco, invece di ricominciarlo subito a modalità hard per sbloccare tutti i segreti, lo disinstalliamo con la rapidità dello scippatore che si disfa di un portafogli appena ripulito.

I giochi da 100+ ore fanno la felicità degli hardcore gamer ma spaventano molti 'post-core'. Quando il tempo a disposizione è poco, finire uno Skyrim può richiedere mesi...

In poche parole: abbiamo sempre meno tempo libero, dentro di noi rimbomba la sensazione di aver già giocato quasi tutto e, di conseguenza, il tempo che investiamo in nuovo gaming deve essere di qualità, darci qualcosa di nuovo tale da giustificare lo sforzo di affrontare un altro tutorial, imparare l'ennesimo schema di comandi, o semplicemente spendere i prossimi 60 euro. Al tempo stesso, ovviamente, non siamo meno appassionati di prima: divoriamo avidamente le poche perle che l'industria produce ogni anno, ci informiamo in modo quasi compulsivo sull'ultimo DLC dei nostri titoli preferiti e continuiamo a discutere all'infinito con i nostri amici di quel maledetto finale di Mass Effect 3.

Ma ha senso racchiuderci in un'unica, grande categoria con le schiere di teenager straripanti di tempo libero che, giustamente, giocano in modo famelico tutto quello che esce sul mercato, fagocitando cloni e seguiti di ogni genere ed esplorando fino all'ultima modalità extra dell'ultimo dei giochi presenti nella propria libreria? Non sono forse loro i veri "hardcore gamer" del 2015? Quelli che sanno dettagliare alla perfezione le differenze tra ognuno dei fucili delle ultime cinque edizioni di Call of Duty o che hanno finito tre volte Dark Souls, di cui una col personaggio in mutande e in diretta streaming su Twitch?

È per questo che oggi vorrei coniare e proporvi una nuova definizione, quella di "post-core gamer". Si tratta di un club ad accesso libero, del tutto informale, e magari, senza averci mai pensato, già ne fate parte: se anche voi scrivete sui forum di videogiochi più di quanto non giochiate, se per ogni titolo che avete completato il mese scorso seguite tre youtuber, se avete una catasta (fisica o digitale) alta così di giochi arretrati e ogni volta che la guardate vi sentite in colpa e vi ripromettete di "impegnarvi" di più per cominciare a smaltirla... beh, benvenuti nel club.

Nella ricerca di nuove esperienze, pillole di gameplay brevi ma interessanti, uno sguardo al mondo degli indie può aiutare. Spesso si fanno piacevoli scoperte.

E non c'è da preoccuparsi: non c'è nulla di male nel lasciar "evolvere" la propria passione facendole prendere una forma diversa. Diventare più selettivi, gestire meglio le risorse, persino aprirsi verso altre passioni nell'ambito dei media, magari trascurate negli anni dell'adolescenza e dunque colme di gemme da recuperare con entusiasmo (ha senso giocare l'ultimo titolo "cinematografico" di David Cage quando non si è mai visto Citizen Kane?).

Chiaramente, quello del post-core gamer è un equilibrio delicato. Una distrazione di troppo e si può finire per allontanarsi eccessivamente dalla propria passione, magari lasciandosi sfuggire qualcosa di davvero importante e significativo: un peccato per chi è cresciuto a pane e joypad e vuole comunque rimanere "dentro" al fenomeno dei videogiochi che contano. Per chi si trovasse in una simile situazione, e non dubito del fatto che parecchi over-30 come il sottoscritto lo siano, mi permetto di indicare una sorta di piccolo "manuale di sopravvivenza", composto da poche e semplici regole.

La prima l'abbiamo già incontrata: ricercare e premiare, sopra a tutto, la qualità. Conclusi i tempi in cui si poteva giocare tutto a strascico, bombardandosi di quantità, oggi ogni singola esperienza di gameplay deve essere una pillola di soddisfazione. Il posto per i seguiti poco ispirati, i cloni inutili, i prodotti mal concepiti... è zero. Ogni gioco noioso interrotto a metà non è soltanto uno spreco di soldi e tempo: è una motivazione in meno ad installare e sperimentare il prossimo.

È paradossale ma molti gamer sentono 'il peso' dei giochi arretrati da smaltire. Essere più selettivi e acquistare solo ciò che vogliamo giocare nell'immediato aiuta a risolvere il problema alla radice.

Il secondo consiglio che posso dare è meno banale: provate ad esplorare titoli al di fuori dei vostri gusti consolidati. Siete da sempre appassionati di action? Perfetto: ci saranno almeno 2-3 strategici-capolavoro che vi sono sfuggiti negli ultimi dieci anni. Piuttosto che macinare meccanicamente il prossimo shooter insipido, provate a recuperare un Civilization o un Total War a caso: farete un'esperienza di gameplay (per voi) nuova e magari, non si sa mai, scoprirete anche perché queste serie sono idolatrate da schiere di fan. In caso contrario, comunque, il danno sarà poco: la maggior parte dei titoli d'annata è infatti disponibile ad una manciata di euro.

C'è anche un'altra cosa da tenere a mente: non sempre nel mondo dei videogiochi "nuovo" equivale a "migliore". Se vi piacciono gli action e volete scoprire la serie di Red Faction (cosa che raccomando a tutti), magari ripescate il vecchio Guerrilla, piuttosto che il suo seguito Armageddon, più recente ma senz'altro meno ispirato. Se volete tuffarvi in un Assassin's Creed, perché siete tra quei quattro giocatori al mondo che non hanno mai provato la serie di Ubisoft, prendete a pochi euro il secondo capitolo (che dal punto di vista del gameplay è già "maturo") invece di dilapidare il quadruplo in Unity, che a parte un aspetto grafico migliorato - notevolmente - aggiunge poco alla formula. Volete giocare uno stealth medievale con i controfiocchi? Ignorate l'ultimo Thief e riscoprite invece il precedente e bellissimo Deadly Shadows. E così via.

Ovviamente, non tutti saranno concordi con queste valutazioni specifiche ma l'importante è il concetto di fondo: al di là della grafica luccicante delle release più recenti, non sempre l'esperienza migliore si trova nell'ultimo capitolo di una serie. Nei giochi "vecchi", spesso, c'è più gameplay di quanto non si potrebbe pensare.

Il buon Ron Gilbert ci insegnava a gestire i nostri risparmi già nel lontano 1990. Quanti sono i giochi che valgono davvero 60 euro?

Infine, l'annoso problema delle librerie che si accumulano (perché i videogame, notoriamente, non si finiscono da soli) è risolvibile con un minimo di training autogeno: basta riconoscere a noi stessi che è inutile cercare di sublimare la mancanza di tempo da dedicare alla nostra passione accatastando titoli da giocare in un fantomatico "secondo momento". Così facendo si finisce per essere risucchiati in un vortice di bulimia videoludica e, nelle occasioni in cui si ha effettivamente quell'oretta di tempo per giocare qualcosa, la si trascorre in stato catatonico di fronte alla libreria di Steam nel tentativo di decidere che cosa avviare. Gli anglosassoni dicono che, a volte, less is more: noi post-core gamer dovremmo stamparci a fuoco questo motto sulla carta di credito.

Se anche voi vi sentite intrappolati in un mondo in cui c'è troppo da giocare per il poco tempo a disposizione, oppure assediati da una marea di titoli-clone in cui trovare qualche spunto di gameplay valido e nuovo è sempre più dispendioso e complicato, non disperate: innanzi tutto, qui su Eurogamer avete degli spiriti affini che quotidianamente tentano di aiutarvi nella vostra ricerca.

Secondo, non avete "perso" la passione per i videogiochi: nel corso degli ultimi decenni avete attraversato mille dungeon, abbattuto infiniti sciami di astronavi aliene, vinto guerre presenti, future e passate e conquistato mondi terrestri e alieni a più non posso. Ora, semplicemente, siete "passati di livello": siete diventati post-core gamer, e va bene così.

A proposito dell'autore

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Luca Signorini

Contributor

Luca gioca e scrive da quando ha scoperto le meraviglie del pollice opponibile. È giornalista ma soprattutto appassionato; non gli toccate Metroid, Stallone, i Black Sabbath e la carbonara e sarete suoi amici per sempre.

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