Ancestors: The Humankind Odyssey - recensione

I nostri antenati amavano farmare.

Non fatichiamo ad affermare che Ancestors: The Humankind Odyssey è uno dei titoli a budget limitato che più attendevamo in questo 2019. Si tratta infatti di un progetto estremamente ambizioso scaturito dalla mente di Patrice Désilets, padre di Assassin's Creed: un gioco che ha, senza mezzi termini, radicalmente modificato i videogiochi dell'ultimo decennio.

In Ancestors vestiamo i panni (o meglio, i peli) di un ominide di 10 milioni di anni fa, accompagnandolo mano nel lungo viaggio che ha portato alla nascita dell'umanità. A ben vedere il gioco ha alcuni tratti in comune con Assassin's Creed (no, non parliamo dell'Odissea di Kassandra e Alexios), come ad esempio i punti panoramici da attivare e l'occhio dell'aquila per analizzare l'ambiente: un'azione che ci troveremo a compiere tante, tantissime, troppe volte.

Già, perché il difetto più grande di Ancestors è senza ombra di dubbio la ripetitività. Una ripetitività quasi totalmente artificiosa, evidentemente imposta dagli sviluppatori per allungare il brodo primordiale e dare la parvenza di una vera Odissea... per i giocatori.

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Ancestors regala degli scorci davvero spettacolari!

Senza addentrarci troppo nelle meccaniche di gioco, vi basti sapere che il fulcro dell'esperienza è rappresentato dall'albero neuronale delle abilità da sbloccare per far "evolvere" i nostri ominidi, utilizzando un'energia che si ricava compiendo determinate azioni, tra cui ad esempio evidenziare le varie risorse nell'ambiente di gioco con "l'occhio dell'aquila" miocenica. Peccato che, passando il testimone alla propria progenie, la stragrande maggioranza delle abilità venga persa, costringendoci a ricominciare ad accumulare la soporifera energia.

Sono invece particolarmente interessanti tutte le meccaniche di sopravvivenza e crafting, da scoprire senza alcun aiuto esterno: una meccanica tipica dei survival, ma che in questo caso sembra calzare davvero a pennello. Noi giocatori scopriamo le logiche del gioco così come il nostro ominide scopre le logiche della natura e del mondo. Senza contare che i più temerari possono tentare di sopravvivere anche senza l'ausilio dell'hud. Va comunque detto che la curva di apprendimento è particolarmente ripida, ma una volta imparati i trucchi del bravo primate sarà tutto molto più facile.

A colpire è anche l'ambientazione di gioco, che dalla giungla alla savana riserva sempre qualche sorpresa. Un vero e proprio viaggio omerico tra paesaggi mozzafiato e temibili incontri bestiali. È evidente che il mondo di gioco non è procedurale, ma è stato progettato con cura e nei minimi dettagli. Solo in alcuni frangenti il level design si fa un po' claustrofobico, a causa di confini fin troppo palesi e presenti, ma in generale la sensazione di vivida e pericolosa libertà viene garantita.

Meno libera sembra invece la vita dei membri del nostro clan, dotati di un'intelligenza artificiale talmente piatta che non sarebbe andata bene nemmeno per un pesce, figuriamoci per un primate! L'unico individuo che sembra dotato di un minimo di autonomia è l'ominide controllato da noi: tutti gli altri sono degli automi che si limitano esclusivamente a restare immobili o a seguire pedissequamente le nostre mosse, senza realmente quasi nulla.

Per assurdo tutti gli animali che ci circondano sembrano molto più vivi della popolazione del nostro clan. Proprio parlando di animali, va sottolineato che sono tutti incredibilmente aggressivi nei nostri confronti: a quanto pare nel miocene non c'era spazio per le prede. Ed è proprio da questi "dettagli" che è evidente quanto il progetto di Ancestors fosse eccessivamente ambizioso per il budget a disposizione degli sviluppatori. Un altro esempio analogo è rappresentato dalla ricca avifauna che si vede e si sente cinguettare soavemente nella giungla, ma che non solo non viene percepita dai sensi del nostro primate, ma con cui non può neanche interagire in alcun modo.

Sono poi presenti difetti che evidentemente non c'entrano con il budget in sé, ma più che altro con la costante ricerca di allungare il gioco allo stremo, pur di farlo sembrare lungo e complesso. Vi abbiamo già spiegato come funziona il sistema delle abilità, ma la cosa assurda è che la perdita dei neuroni al passaggio di generazione avviene controllando lo stesso personaggio, che semplicemente invecchia. Ok, potrebbe trattarsi di una sorta di demenza senile, ma il risultato che si ottiene stride molto con la logica ed è un cazzotto in faccia all'impegno del giocatore.

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La natura sa essere decisamente ostile. Anche troppo.

L'idea alla base, comunque, è ancora estremamente valida esattamente com'è stata annunciata e presentata al pubblico. L'idea di un gioco di sopravvivenza in cui veder progredire lentamente l'umanità è davvero entusiasmante. L'unica crepa nel disegno complessivo è il pubblico di riferimento, che dev'essere ben conscio del prodotto che sta andando ad acquistare a €40: un gioco che volenti o nolenti è pensato per chi non si tira indietro di fronte al farming compulsivo. L'idea di passare le ore a ripetere le stesse azioni (ma anche a tentarne di nuove in tutti i modi possibili in un eterno trial and error particolarmente azzeccato al contesto) non vi spaventa? Allora Ancestors: The Humankind Odyssey è un gioco che dovete giocare.

Il motivo per cui ve lo consigliamo, al netto dei tanti difetti che vi abbiamo elencato fino ad ora, è proprio l'originalità dell'idea. Alla fine, chi di voi si ricorda quanto fosse ripetitivo il primo Assassin's Creed? Eppure già con il secondo capitolo Patrice Désilets è riuscito a far entrare nel cuore di milioni di giocatori le meccaniche che oggi sono il minimo da cui partire per sviluppare un open world.

E in Ancestors di carne al fuoco ce n'è davvero molta, solo che qualche costina di tigre dai denti a sciabola sono uscite fuori carbonizzate. Un peccato, certo, ma difficilmente avremmo potuto godere di un prodotto differente, considerando l'ambizione e l'originalità del progetto. Un po' come fu per Spore all'epoca, anche se speriamo che Ancestors non faccia la stessa tragica fine.

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Che bello il nostro clan. Non è vero: imparerete ad odiarlo!

Da amante della scienza (e in particolare della biologia) trovo però doveroso fare un appunto pistino proprio all'idea all'origine del gioco: accompagnare l'umanità nella propria Odissea evolutiva. Questo concetto viene purtroppo rappresentato all'interno del gioco come una lineare evoluzione di una scimmia in un essere sempre più evoluto, un po' come viene rappresentato da quella raffigurazione tanto intuitiva quando sbagliata con le silhouette degli ominidi che passo dopo passo assumono la posizione eretta e tengono in mano una lancia.

Già, perché l'evoluzione non funziona in questo modo. Ogni individuo viene costantemente selezionato dalla pressione della selezione naturale in base al caso o al proprio patrimonio genetico, che verrà ereditato solo dai propri discendenti. Com'è facile intuire, quindi, l'evoluzione di una specie non è lineare, ma è estremamente ramificata e nel corso dell'evoluzione primati diversi, ma paragonabili per intelligenza, hanno convissuto contemporaneamente.

Diciamo che da un gioco che sembra puntare molto sulla scientificità dei propri contenuti non ci saremmo aspettati tale superficialità, ma comprendiamo anche che certe complessità della realtà cozzino con la semplificazione propria di un mondo di gioco virtuale. Si tratta comunque di un'occasione persa per far comprendere davvero l'evoluzione a tutti i giocatori che metteranno mano sul gioco: un concetto ormai radicato nella scienza ma ancora terribilmente frainteso da molti.

7 /10

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Riguardo l'autore

Pier Giorgio Liprino

Pier Giorgio Liprino

Redattore

Per far felice Pier Giorgio basta parlargli di politica, scienza e videogiochi. A questi ultimi s'è avvicinato da bambino giocando ad Age of Empires 2 e da allora è rimasto un appassionato PC gamer, con uno sguardo attento alle console.

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