Perché dovreste assolutamente giocare Outer Wilds - editoriale

Un faro d'innovazione in un oceano buio.

Partiamo dal presupposto che Mobius Design è un piccolissimo studio, noto ai media per la presenza di Masi Oka (Hiro Nakamura nella serie Heroes) piuttosto che per qualche grande nome o l'incisività dei suoi mezzi di produzione. Una realtà microscopica che, di recente, ha esordito nello sconfinato oceano del mercato indipendente attraverso Outer Wilds, l'ennesimo titolo dedicato all'esplorazione spaziale, una creatura che, al primo sguardo, potrebbe sembrare il più classico dei "more of the same" di genere.

Quando si installa Outer Wilds, infatti, si intravede immediatamente qualche incertezza negli spigoli delle texture, ci si confronta con un design dei movimenti poco memorabile e come se non bastasse si fatica a comprendere il focus del progetto, trovandosi gettati senza troppi complimenti in un mondo ostile e silenzioso. Insomma, sembra il classico prodotto da una botta e via, quello che avvii, giochi per qualche minuto e gestisci come se non ci fosse un domani, rispedendolo dritto nella parte più buia dell'Xbox Game Pass.

Ah, che errore madornale sarebbe. Bisogna invece perseverare, perché oltre la legnosità dei primi passi mossi sul pianeta ironicamente chiamato Cuore Legnoso, oltre quelle texture dal tratto geometrico ed oltre l'apparentemente esagerata dispersività, si nasconde uno fra gli universi narrativi più solidi e interessanti dell'ultimo ventennio.

Ma attenzione: non è il tipico caso in cui si è costretti a passare sopra alle incertezze del gameplay per godere di una "lore" estremamente coinvolgente, assolutamente no, si tratta di un piccolo gioiello a tutto tondo, capace di mettere in scena meccaniche completamente inedite, enigmi innovativi, sistemi del tutto originali ed una cura per i dettagli al limite del certosino.

Il sistema solare di Outer Wilds si piega ad una serie di semplicissime regole: recuperando e tirando a lucido l'ispirazione di The Legend of Zelda: Majora's Mask, l'avventura è divisa in segmenti della durata di 22 minuti. Allo scoccare dell'ora X, infatti, il piccolo sole si trasforma disgraziatamente in una terribile supernova, spazzando via tutti i pianeti ed ogni forma di vita coinvolta nel raggio dell'esplosione.

Ebbene, in seguito alla tragedia i ricordi del protagonista compiranno un salto temporale fino al momento appena antecedente alla partenza a bordo dell'improbabile astronave, "regalando" di fatto la possibilità di rivivere il ciclo all'infinito ed imprigionando il giovane alieno in un "loop" di eventi destinati a ripetersi in eterno.

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L'alba di Cuore Legnoso ricorda il “Dawn of the First Day” di Majora's Mask, ma spinge il concetto del loop temporale ben oltre alla visione originale di Nintendo.

Inizialmente, il motore dietro le azioni del giocatore non andrà oltre il prendere confidenza con i pianeti e gli strambi meccanismi fisici alla base del sistema, spingendolo ad esplorare le rovine dell'antica civiltà aliena Nomai e ad imparare il più possibile sul funzionamento delle enigmatiche tecnologie dimenticate; presto o tardi, tuttavia, il semplice tessuto del gameplay verrà improvvisamente sconvolto da una serie di inquietanti domande.

L'esplosione del sole è un evento naturale o artificiale? La tragedia può essere evitata? Che cos'è e dove si trova l'Occhio dell'Universo, il misterioso segnale che gli evolutissimi Nomai hanno inseguito per metà della galassia fino a giungere in questo quadrante?

Il mondo di Outer Wilds fa respirare un'aria straordinariamente vicina a quella che si poteva assaporare nel corso dei '90, gli ultimi baluardi dell'epoca antecedente alla rivoluzione di internet, un'era in cui il piacere della scoperta aveva tutto un altro significato: rappresentava un'incredibile conquista del giocatore, un'iniezione di autostima ed una gratificante scarica di adrenalina.

Non esiste alcun sistema di progressione: tutti gli aspiranti esploratori possono contare sullo stesso rudimentale equipaggiamento e sulle medesime capacità motorie, senza scorciatoie né trucchi, senza limiti artificiali né blocchi imposti dal designer.

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Ciascun pianeta del piccolo sistema solare diventa una vera e propria scatola degli enigmi, una 'puzzle box' da risolvere un pezzo alla volta per assorbire nuova conoscenza.

In effetti non è propriamente corretto affermare che il sistema di progressione non esista: questo c'è, ma non si trova all'interno del codice di gioco, non è nascosto fra le voci di un menù. È un meccanismo che coinvolge esclusivamente l'intelletto, la conoscenza dell'universo narrativo, che premia l'intuizione del momento e ricompensa il giocatore con semplici stralci d'informazione, del tutto privi di valore finché non processati dalla nostra mente. Nel seguire questo schema inedito, Outer Wilds riesce a tessere un intreccio fatto di stupefacenti rivelazioni, colpi di scena, momenti di ilarità e attimi di tristezza. Ciascuna risposta porta con sé una nuova domanda, e quella che sembrava una banale formula esplorativa finisce per confluire in un mosaico composto da centinaia di tessere dotate di dignità propria, un gigantesco puzzle da risolvere un pezzo dopo l'altro.

È evidente che non si tratta di un'opera per tutti: bisogna scordarsi indicatori, percorsi predeterminati o suggerimenti, e ci si trova invece spinti ad abbracciare il puro piacere dell'esplorazione e della scoperta, da rinnovare costantemente attraverso la pazienza e la perseveranza.

L'unico faro a nostra disposizione è l'eredità delle ricerche dei Nomai, gli improbabili strumenti che sfruttavano per dominare le leggi della fisica così come i botta e risposta che si scambiavano sfruttando un rudimentale sistema di messaggistica. Per unire i puntini, bisogna immagazzinare più informazioni possibile nel computer di bordo della navicella, inseguendo costantemente una scia di briciole finché, solamente i più stoici, arriveranno a dissipare gli stessi misteri dell'universo.

Ciò che resta dopo un viaggio completo nella galassia di Outer Wilds è una rappresentazione nitida della forma più pura e semplice del medium del videogioco: tutto si riduce ad un giocatore volenteroso di confrontarsi con un magico mondo virtuale, un costrutto pronto a farsi sviscerare in ogni singolo anfratto e volenteroso di regalare tonnellate di ricordi legati ad un pomeriggio, una settimana, un mese o una vita fatta di pixel.

L'Occhio dell'Universo si trova lì, da qualche parte, nascosto fra le stelle o celato fra le pieghe dello spazio-tempo grazie ad un'anomalia quantica, e in questa straordinaria avventura rappresenta il Graal. Quello che conta, però, non è mettere le mani sul premio finale, portare a casa una magra vittoria, ma vivere un viaggio nel quale ogni secondo vale il prezzo del biglietto, riscoprendo sensazioni che hanno abbandonato il medium da tanto, troppo tempo.

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Riguardo l'autore

Lorenzo Mancosu

Lorenzo Mancosu

Redattore

La fiamma per i videogame nasce quando a 3 anni subito il battesimo del fuoco col Super Nintendo. Ex QA tester, oggi è diviso tra la giurisprudenza e una comunicazione che non è solo quella delle proprie opinioni.

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