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Naughty Bear

Puro e semplice sadismo di peluche.

Naughty Bear dev'essere stato un gioco davvero divertente da pubblicizzare. I programmatori e i ragazzi del marketing si sono impegnati all'inverosimile per realizzare una gran quantità di video più o meno divertenti, dove l'iracondo protagonista veniva calato all'interno di parodie sempre diverse, legate al mondo dei videogiochi.

La spinta dirompente del marketing è arrivata anche all'E3, dove un pupazzone di Naughty Bear ha scatenato una vera e propria rissa con alcuni lottatori di wrestling messicano, suscitando l'ovvia curiosità della folla circostante.

Quando un gioco presenta qualche problema di troppo, però, non basta tutto il marketing di questo mondo per farlo piacere a un pubblico sempre più esigente, con una vasta possibilità di scelta e con sempre meno denaro a disposizione per il proprio hobby.

Naughty Bear, purtroppo, rientra proprio in questa casistica, e dico purtroppo perché il concetto di partenza non è nemmeno così male. L'idea di base è molto semplice: nell'isola di Perfection, la vista scorre tranquilla, e la comunità di orsetti di peluche passa le giornate ridendo, scherzando, godendosi degli spettacolari party e ballando in discoteca.

Trappole: sono perfette per scatenare il panico fra gli orsi. Per ottenere i migliori risultati, l'ideale è lasciare la vittima a cercare di liberarsi, eliminandola dopo qualche istante di puro terrore.

In questo mondo perfetto, però, vive anche il povero Naughty Bear, emarginato dal resto della società a causa del suo carattere scontroso e dei modi non certo da gentiluomo. Oltre a non essere coinvolto nelle attività dell'isola, oltretutto, il protagonista viene costantemente preso di mira dal resto degli abitanti, che passano il tempo deridendolo, oppure facendogli scherzi non proprio innocenti.

In una cornice simile, la reazione esagerata di Naughty Bear diventa lo spunto perfetto per creare un videogioco potenzialmente fantastico, una sorta di incrocio fra Gli Orsetti del Cuore e Un giorno di Ordinaria Follia. Una bomba, insomma.

Peccato, però, che quando si tratta di prendere in mano il pad e iniziare a giocare, le cose non vadano esattamente nel migliore dei modi. Il gameplay di Naughty Bear ruota tutto attorno a un unico fattore: vendicarsi dei crudeli orsetti di peluche dell'isola di Perfection.

Per far questo, il giocatore ha a disposizione diverse possibilità, una più brutale dell'altra, che vanno dall'esecuzione pura e semplice all'organizzazione di trappole di ogni genere per far impazzire la propria vittima, inducendola perfino al suicidio.

Per evitare di interrompere le combo di azioni cattive, fra un'uccisione e l'altra si possono distruggere oggetti come il regali, le statue e via dicendo.

Sicuramente si tratta di un concetto grottesco, che unito all'atmosfera fiabesca e surreale crea un cocktail malato e al tempo stesso ipnotico, che spinge il giocatore a sperimentare per godersi le divertenti animazioni realizzate dai programmatori.

Peccato, però, che anche il più creativo dei giocatori non possa fare a meno di scontrarsi con il massiccio muro della ripetitività che domina il gioco.

Nonostante la buona varietà di armi, infatti, il gameplay di Naughty Bear ruota sempre attorno alle stesse meccaniche, e dopo aver capito le linee guida dell'Intelligenza Artificiale (più o meno a partire dalla seconda missione, quindi), ci si rende conto di poter avere ragione di ogni singola prova senza troppa fatica.

In sostanza il gioco premia i giocatori più sadici e cattivi, visto che l'obiettivo delle varie missioni è quello di ottenere il maggior numero di punti cattiveria per sbloccare nuove aree o, più semplicemente, per aggiudicarsi il trofeo più prezioso alla fine del livello e ottenere un miglior piazzamento nella classifica mondiale.

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Filippo Facchetti

Contributor

Filippo Facchetti è un rispettabile nerd da sempre appassionato di "giochini elettronici". Prima di approdare a Eurogamer scrive per importanti riviste di settore e conduce programmi TV dedicati all'intrattenimento digitale.

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