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The Terminal List S1 Recensione, mai far arrabbiare un Navy Seal

Chris Pratt sta meglio nella Galassia.

In The Terminal List, James Reece (Chris Pratt) è al comando di un plotone di Navy Seals che sbarca sulle coste della Siria per catturare un esperto di armi chimiche iraniano. Informazioni provenienti da un loro infiltrato danno come sicura la sua presenza.

Ma si tratta di una trappola e la missione finisce in una strage di commilitoni. Al ritorno in patria, da moglie e figlioletta, James, afflitto da una commozione cerebrale che gli confonde i ricordi, non tarda ad accorgersi di essere finito in mezzo a un misterioso complotto.

Durante gli interrogatori gli vengono sottoposte prove che lui giudica false ma i suoi ricordi sono in effetti labili e anche l’amata moglie (Riley Keough) è perplessa. James cerca aiuto dall’amico di sempre (Taylor Kitsch), uno che se la vive bene sulla sua barca a vela ancorata al porto di San Diego, ma che in realtà è un agente CIA. Non tarderà purtroppo ad accorgersi che nei suoi ricordi incerti, nel suo presente confuso, nei suoi dubbi paranoici, c’è più verità di quella che capi e investigatori gli stanno sottoponendo. Finché una sequenza di avvenimenti drammatici farà esplodere la situazione e la verità sembrerà rivelata.

Costretto alla fuga, braccato dalla polizia, James trova un altro alleato in una giornalista investigativa, che lo aiuta a scovare le tracce che servono per scalare una catena di comando che ha scelto il lato oscuro e lui come capro espiatorio. Ma la mente di Reece è un guazzabuglio di ricordi che cambiano prospettiva in continuazione, mutando l’essenza stessa dei fatti per lui, figurarsi per chi sta conducendo le indagini ufficiali su quanto sta succedendo.

Il traumatico ritorno di un combattente dalla zona di guerra.

Fra ricordi giusti e travisati, incubi e allucinazioni, nella ricerca della sua indispensabile vendetta mentre scala tappa dopo tappa la difficile strada della verità, James compila una lista di persone da “terminare” e il suo raggio d’azione si espanderà fino ad una trasferta messicana un po’ splatter.

Come anche un bambino avrebbe capito, si tratta proprio di un complotto che implica giri miliardari che nessuno è disposto a perdere. E quando ci sono in ballo i billions, la corruzione arriva molto in alto. Mai abbastanza in alto però per un Navy Seal addestratissimo, assetato di vendetta e aiutato da una rete di colleghi/amici pericolosi quanto lui.

Il primo episodio sa di già visto e Pratt non riesce a dare al suo personaggio l’espressività giusta, indossando quell’aria tesa/corrucciata che poi manterrà per tutto la serie, senza riuscire a rendere la gamma di espressioni che il suo confuso personaggio richiederebbe. L’episodio si chiude però su un colpo di scena così forte da costituire motivo per proseguire nella visione. Poi la serie tv, tratta da libro di Jack Carr del 2018, si assesta nella direzione del thriller complottista con una leggera variante che emerge solo alla fine.

Visto che in ogni episodio avvengono fatti inspiegabili, altamente improbabili o anche illogici, si pensa di dover pazientare in attesa di qualcosa che li motivi, ma non sempre accade. Nel quarto episodio entra in scena Jay Courtney, il solito capo di una corporazione tentacolare che ha le mani nella pasta del Pentagono, contractors compresi, ossia quel tipo di attività che negli ultimi anni ha fornito parecchio materiale a film e serie tv.

Taylor Kitsch, l’amico fraterno, compagno di tante lotte.

Le cose migliorano verso la metà della narrazione, quando si accetta di trovarsi in mezzo a una delle ennesime storie di vendetta stile Giustiziere della Notte, dove le collusioni fra corporation e potere sono un pretesto per mettere in scena le doti da ninja spietato del protagonista, il che consente una parentesi che “Rambo scansati”. Come ben si sa, “è sempre un errore spingere alla violenza un uomo che è stato addestrato a perfezionarla”.

Chris Pratt, di nuovo su Prime Video dopo il deludente The Tomorrow War, ha solo un paio di espressioni nel corso degli 8 episodi. Taylor Kitsch è più accettabile nel suo personaggio, anche lui comunque poco originale. Il Segretario della Difesa è interpretato da Jeanne Tripplehorn, della quale tendiamo a non fidarci dai tempi di Basic Instinct. Constance Wu (la serie Fresh Off the Boat, Le Ragazze di Wall Street) è l’inesorabile giornalista. A JD Pardo, faccia nota dai tempi di Breaking Bad, visto poi in molte serie tv fra cui Mayans M.C., è affidato il ruolo di un agente FBI che dovrà rivedere molti dei suoi principi.

Antoine Fuqua, dalla lunga carriera dai tempi di Training Days, dirige il primo episodio e fa da richiamo, regista di numerosi film di successo come Brooklyn’s Finest, The Equalizer, I magnifici 7 e The Guilty. Scrive David DiGilio, che come autore ha all’attivo la serie Traveler e poco altro. Ma il problema non sono le regie o la sceneggiatura. Il problema è che romanzo e serie tv rimasticano furbamente il tema dei contractor e dei super-soldati, anche se poi come dicevamo ci sarà una leggera variante sul tema. In generale la riflessione vorrebbe essere sul considerare gli uomini addetti al servizio della patria come oggetti, da maneggiare in base a interessi che patriottici non sono.

Può avere famiglia uno che fa una vita così?

Sull’argomento abbiamo visto mille film complottisti fra cui, solo per nominarne alcuni, The Contractor, Shooter, Senza Rimorso, American Assassin o la serie Condor. Aggiungiamo che anche la retorica sul legame fra commilitoni francamente sta stancando.

Così The Terminal List, mentre butta via un paio di spunti meno banali, procede inesorabile vero un finale super-prevedibile, che perfino un principiante avrebbe saputo rendere meno piatto.

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