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The Umbrella Academy - recensione

Da grandi poteri... derivano grandi problemi!

Dopo aver consumato la prima stagione di The Umbrella Academy, possiamo tranquillamente affermare che ci troviamo davanti ad uno dei primi successi seriali targati Netflix per questo 2019. Questo è un prodotto confezionato in maniera precisa e chiara, che pur prendendo spunto da una graphic novel uscita diverso tempo fa (Gerard Way e Gabriel Ba gli autori) riesce a trovare una sua precisa dimensione, rendendo più profondi e strutturati i personaggi e incanalando il racconto all'interno di un "worldbuilding" inedito e lontano dai connotati steampunk dell'opera originale.

La storia ci racconta di un fatto a dir poco unico. Il 1° ottobre del 1989, quarantatré donne sparse nel mondo partoriscono nello stesso identico momento senza alcun tipo di sintomo premonitore. Questi bambini sono speciali, ognuno di loro gode, infatti, di particolari poteri unici e speciali. A interessarsi a questo evento è il visionario filantropo Sir. Reginald Hargreeves (Colm Feore) che, viaggiando per il mondo, cerca di recuperare (spesso comprandoli dalle madri) questi bambini speciali.

Ne recupererà sette, e li crescerà come un padre (sui generis, questo è poco ma sicuro) all'interno della fondazione Umbrella Academy. La sua idea è piuttosto semplice: formare e istituire un gruppo di supereroi in grado di combattere il crimine. Le cose però non vanno sempre come si spera, e le tele dei rapporti familiari, con la crescita dei ragazzi, si andranno man mano a sfaldare, facendo prendere ad ognuno la sua strada.

Il gruppo si ritroverà per la prima volta unito, dopo diversi anni, per ricordare il loro padre adottivo, morto però in circostanze misteriose.

Proprio da questo evento parte il racconto. La "famiglia", dopo la tragica morte di uno dei fratelli, ovvero "Numero 6", mostra ancora più crepe e acredini nei rapporto umani. Il gruppo, tuttavia, si ritroverà di nuovo sotto il tetto della casa della loro infanzia a causa della morte improvvisa di Hargreeves.

Nell'arco di dieci puntate, gli ideatori della serie vanno a sviscerare, in maniera molto più profonda del fumetto, il rapporto tra questi soggetti. Un rapporto che non si basa sui super poteri, ma più che altro sulla fragilità caratteriale di ognuno di loro, sui rimorsi e i sensi di colpa che ancora li affliggono, sulla mancanza di accettazione di un vero e proprio potere e molto altro ancora che man mano sarà svelato.

Il lavoro svolto da Umbrella Academy è incredibilmente affascinante, prendendo spunto da una serie di prodotti che strizzano l'occhio ai cine comics in stile X-Men, ma anche dai lavori di Wes Anderson e in parte dal sempreverde Watchmen. Steve Blackman (autore della serie) destruttura il concetto di supereroe, portandolo su un livello di complessità più elaborato ma legato a dinamiche umane e sentimentali.

I poteri ci sono (quasi) per tutti, dalla super forza, passando per il controllo mentale, il teletrasporto e arrivando persino alla possibilità di parlare con i morti. Tuttavia l'argomento principale è la difficoltà di dover convivere con questi poteri, spesso dimenticandosi di quello che è giusto o sbagliato, facendo semplicemente quello che serve a far stare bene se stessi.

In un cast piuttosto ricco e valido, su tutti spuntano tre personaggi in particolare: Vanya (Ellen Page), la ragazza emarginata che pensa di essere inutile perché priva di poteri; Klaus (Robert Sheehan) un personaggio ricco e sfaccettato, che usa la droga come strumento di evasione e repulsione dei suoi poteri da medium; "Numero 5" (Aidan Gallagher) un ragazzo in grado di viaggiare nel tempo che rimasto intrappolato nel futuro ha la mente di un sessantenne nel corpo di un quindicenne.

Attorno a questi tre personaggi, e alle interazioni che hanno con il resto del gruppo composto da Luther (Tom Hopper), Allison (Emmy Raver-Lampman) e Diego (David Castaneda) si basa gran parte del fascino che questa serie TV riesce a trasmettere.

Non mancheranno anche delle scene d'azione ben coreografate e spesso supportate da una colonna sonora che fa un utilizzo assiduo e piuttosto "arrogante" di tantissime hit di qualche decade fa (e non solo!), facilmente orecchiabili. Spesso in queste scene sono presenti due personaggi che ricordano tantissimo quelli visti in Fargo: Cha-Cha e Hazel; anche loro, così come per i tre protagonisti sopra citati, contribuiscono a rendere sfaccettata, intrigante e spesso surreale, la messa in scena anche e soprattutto grazie a delle maschere in alcuni momenti quasi disturbanti.

Attraverso alcuni flashback, verrà racconta la gioventù dei ragazzi. Momenti che serviranno per svelare alcuni retroscena personali.

In tutto questo, abbiamo solo tre piccole postille da dover fare. La prima, come già anticipato, è legata ad un contesto piuttosto indefinito all'interno del quale avvengono le vicende. Proprio questa mancanza di definizione, che mischia elementi di epoche differenti senza mai dare una precisa identità, mette in scena a volte delle incongruenze piuttosto palesi che potrebbero dar fastidio a qualcuno. Qualche difetto l'abbiamo inoltre notato nella realizzazione, a volte un po' grossolana, di qualche effetto speciale (probabilmente, il successo della serie potrebbe portare a un budget più ricco per la prossima season) e in qualche momento di stanca da punto di vista narrativo che poteva essere risolto accorciando magari il numero di puntate a otto.

Al netto di questi difetti, The Umbrella Academy rimane una serie TV in grado di offrire dell'intrattenimento diretto ma mai banale, mescolando una valida complessità dei personaggi a momenti di derivazione notevolmente più action. Se siete alla ricerca di un prodotto che utilizza in maniera diversa la figura del supereroe, dovete indubbiamente schiacciare PLAY su questa serie!

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Roberto Vicario

Contributor

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