All'inizio si prova un po' di malinconia ad abbandonare le strade innevate di New York, la colorata Time Square, le nebbiose rive dell'Hudson e il groviglio della metropolitana.

Poi, spalancate le porte della Base Operativa, la Washington di The Division 2 si rivela una metropoli variopinta, capace di estendersi in verdi parchi illuminati dal sole e intimi vicoli dal sapore europeo che custodiscono gelosamente storia, monumenti e piccoli gioielli dell'architettura. Sette mesi dopo la contaminazione che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti, la capitale è entrata in una fase post apocalittica che ha trasformato blocchi di edifici in veri e propri villaggi autosufficienti.

The Division 2 è figlio della più classica tra le filosofie "bigger and better": è molto più grande, ambizioso e decisamente più completo rispetto al predecessore. L'obiettivo era proseguire il percorso iniziato con il post lancio del primo capitolo, aumentando la mole di attività e raddoppiando su ogni singola meccanica, da quelle legate al combattimento fino alla caratterizzazione del microcosmo cittadino. Qual è il ruolo della Divisione nel nuovo mondo? Gli agenti assistono i giusti e combattono fazioni criminali, aiutano gli insediamenti a crescere e proteggono gli innocenti dal nuovo ordine mondiale.

Pattugliando i dintorni della Casa Bianca, capita ancora di imbattersi nei messaggi telefonici e in quegli ECHO che raccontano commoventi testimonianze della caduta, ma accade anche d'incontrare capannelli di nemici pronti a giustiziare qualche civile e missioni secondarie decisamente più profonde e coinvolgenti rispetto a quelle completate in passato. Una volta, scoprire gli interni dei palazzi era un'eventualità rara, ora il vicinato di Capitol Hill si apre volentieri al nostro passaggio, offrendo continui scorci sui saloni dei centri commerciali saccheggiati e sui corridoi dei condomini in rovina, nella continua ricerca di rottami pronti a trasformarsi in utili strumenti.

Insomma: Washington si è rivelata una metropoli viva e in costante mutamento, un territorio che insegue la ripresa dalla crisi sullo sfondo delle eroiche gesta degli agenti. I piccoli villaggi che sorgono all'interno dei teatri abbandonati e sui tetti battuti dai raggi del sole, località ben diverse dai classici Rifugi Sicuri, necessitano di costante supporto per potersi trasformare in luoghi più accoglienti, e la componente narrativa sembra aver assunto una dimensione locale, andando a toccare le vicende dei singoli gruppi di superstiti.

Allo stesso modo, la base delle operazioni richiede la manodopera di numerosi specialisti per adeguarsi agli standard della Divisione, e sarà nostro compito reclutare gli elementi più adatti proprio tra le menti che affollano il mondo di gioco.

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La città di Washington è colorata da una serie di insediamenti costruiti dai superstiti, piccoli villaggi autosufficienti che necessitano del nostro aiuto.

Se ridotto ai minimi termini, infatti, The Division ha mantenuto inalterata la sua filosofia: è uno sparatutto tattico in terza persona con forti contaminazioni RPG, e per aprire interamente il ventaglio delle scelte di stampo ruolistico è necessario crescere assieme al proprio quartier generale. Ogni attività ricompensa gli agenti attraverso una serie di valute da scambiare con esperti di crafting e commercianti per ottenere e potenziare un vastissimo arsenale: è importante dedicare la giusta attenzione alle tradizionali mod che definiscono il valore della bocca da fuoco e, per la prima volta, anche il funzionamento delle abilità.

Proprio dal sistema di skill ha inizio l'esplosione delle attività endgame. Tutto parte da una scelta: lanciagranate, fucile da cecchino o balestra? Questa cosiddetta "Signature Weapon" costituisce lo scheletro delle build pensate per affrontare le missioni più ardue, non solo permettendo agli agenti di scatenarne il potenziale durante le schermaglie, ma soprattutto influenzando pesantemente gli effetti delle singole abilità.

Il Demolitore, ad esempio, può modificare in via esclusiva la sempreverde torretta robot per trasformarla in un pericolosissimo mortaio da controllare in remoto. Imbracciando un intramontabile fucile a pompa SPAS-12 e facendo affidamento sul devastante lanciagranate, di conseguenza, si riesce a deviare dai classici binari verso una formula improntata all'assalto diretto.

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La vera novità del world design risiede nella grande quantità di parchi e spazi aperti, e sono proprio queste aree a non far sentire la mancanza del labirinto della Grande Mela.

Ovviamente ogni specialista mette sul piatto la sua personale interpretazione delle tattiche di guerriglia: laddove il survivalista armato di balestra si è dimostrato un fenomenale medico, il cecchino equipaggiato con colpi calibro .50 poteva mettere in ginocchio anche i juggernaut più resistenti. Insomma: se già il primo capitolo metteva alla prova le doti matematiche degli agenti nella costruzione delle statistiche e del loadout, The Division 2 si è arricchito di un'ulteriore serie di bivi pensati per differenziare sostanzialmente l'approccio alla battaglia.

Un obiettivo raggiunto con una singola riserva: il sistema legato al potenziamento delle statistiche è storicamente piuttosto complicato, ed è molto difficile tenere il passo con la mole di incrementi numerici e percentuali che vanno a toccare l'efficacia sul campo. D'altra parte, l'esperienza classica rimane adatta alle esigenze di qualsiasi giocatore: tornando con la mente al passato, nel 2016 avevamo apprezzato particolarmente l'offerta pre-endgame, quella fase di crescita che premiava l'approccio in single player. Quello del min-maxing resta un elemento cucito attorno ai desideri degli agenti più hardcore, che sono costantemente alla ricerca del drop perfetto.

The Division 2 è un sequel diretto che, senza sacrificare il cuore del progetto, si è dedicato ad una limatura completa dell'offerta: tornano in scena i livelli del mondo di gioco, i boss legati all'esplorazione, le attività di alto livello e tutte le altre componenti intraviste a Manhattan. Il calderone, però, è diventato più grande e più ricco: non ci siamo imbattuti in rivoluzioni sostanziali ma nel compimento di un restauro accompagnato da una grande iniezione di contenuti. Praticamente, Ubisoft e Massive hanno scelto una strada diametralmente opposta rispetto a quella percorsa da Bungie con il lancio di Destiny 2.

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No, non siamo sul pianeta Marte. Quella che vedete è una fedele riproduzione che abbiamo incontrato all'interno dello Space Museum, nel corso di una Invaded Mission.

La novità più importante e più gradita risiede nel supporto post lancio. Tra tutte le esperienze figlie della filosofia "live game" che abbiamo avuto modo di testare, vedi Anthem di Electronic Arts ed il sopracitato Destiny, The Division 2 è senza dubbio quella con le idee più chiare riguardo al suo futuro. Gli sviluppatori hanno già programmato una serie di release di contenuti completamente gratuite: poco dopo al lancio sarà integrato un raid destinato a 8 giocatori, e ci è stato anticipato il rilascio di tre nuove classi e altrettante iniezioni di attività previste nel corso del solo 2019.

Il fatto che il futuro del servizio sia stato pianificato in maniera capillare emerge anche dal primo impatto con l'endgame: la Washington contaminata, infatti, inizia a mutare già ad avventura conclusa, momento in cui la misteriosa fazione dei Black Tusks invade completamente le strade della Columbia. Ed è proprio nella cornice delle Invaded Missions, missioni in cui i pericolosissimi Black Tusks prendono il posto delle truppe nemiche, che ci siamo confrontati con il gunplay endgame.

Clienti difficili, i Black Tusks: non solo tentano costantemente l'accerchiamento, ma arrivano addirittura a mettere fuori uso le nostre skill tramite sistemi EMP. In ogni caso, le tattiche di copertura e la cooperazione tra i membri della squadra d'assalto continuano a farla da padrone: un corretto posizionamento del team è indispensabile, mentre il gameplay assume le tinte della classica incursione in stile SWAT, forse prendendo ispirazione dalla recente esperienza di Rainbow Six: Siege. Si tratta, tuttavia, dell'unica sezione in cui abbiamo avuto una reminiscenza dei nemici "bullet sponge", ovvero dotati di una mole di punti vita tale da prolungare eccessivamente la durata del combattimento.

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Ogni vicolo, sottopassaggio, parcheggio e negozio si apre volentieri al nostro passaggio, svelando testimonianze della caduta e oggetti da saccheggiare.

In fin dei conti, le Invaded Mission si sono dimostrate buone fucine per ricompense di alto livello: è piuttosto ragionevole investire poco meno di un'ora per il completamento di un assalto, tenendo a mente che l'endgame, oltre al raid, metterà sul piatto anche un inedito sistema di Roccaforti. Nel corso della precedente prova di The Division 2 avevamo messo sotto torchio l'apparato della Zona Nera: col senno di poi, non possiamo ignorare come la mole di attività diverse l'una dall'altra si presenti come il punto di forza più grande del titolo. D'altro canto, la complessità del sistema di sviluppo endgame potrebbe scoraggiare i giocatori meno dedicati che, tuttavia, saranno impegnati da una componente narrativa ed esplorativa di buona fattura.

The Division 2 farà senza dubbio la felicità di tutti coloro che hanno amato le strade innevate del primo capitolo: lascia completamente da parte le deviazioni inaspettate, andando ad arricchire l'offerta che abbiamo imparato a conoscere fin dal 2016. L'apparato tecnico resta ancora un'incognita, dal momento che abbiamo assistito a prestazioni piuttosto diverse fra le due build che abbiamo avuto occasione di testare, ma l'intero pacchetto si presenta come un vero e proprio capitolo 2.0, vicino al cuore della serie e al tempo stesso ricco di novità.

A partire dal 7 di febbraio, potrete mettere mano alla closed beta e giudicare in prima persona.

Riguardo l'autore

Lorenzo Mancosu

Lorenzo Mancosu

Redattore

La fiamma per i videogame nasce quando a 3 anni subito il battesimo del fuoco col Super Nintendo. Ex QA tester, oggi è diviso tra la giurisprudenza e una comunicazione che non è solo quella delle proprie opinioni.

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