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The Tomorrow Children: Phoenix Edition | Recensione

Sei anni non sono bastati a sistemare un disastro.

Probabilmente state pensando di aver già sentito il titolo di questo gioco. C'è anche la forte possibilità che ne abbiate già letto varie recensioni in giro per il web... la bellezza di sei anni fa esatti. Ma allora perché si torna a parlare di The Tomorrow Children?

Semplice, perché dopo il passaggio dei diritti dalle mani di Sony a quelle di Q-Games, gli sviluppatori originali hanno deciso di provare a far risorgere il loro gioco dalle proprie ceneri recuperando un progetto all'epoca era davvero promettente e invitante ma che, nella realtà dei fatti, si dimostrò fallimentare sotto quasi tutti i punti di vista.

Se volete potete andarvi a rileggere la recensione originale del nostro Alessandro, che all'epoca definì il gioco “un prodotto difficilmente valutabile” in quanto interessante ma convulso nella sua esposizione anche a causa della natura free-to-play legata alle microtransazioni. L'obiettivo di questa Phoenix Edition è chiaro: fornire nuova linfa vitale al gioco cercando di rivalutarlo agli occhi del pubblico con una versione aggiornata e meno confusa sia nei contenuti che nella proposta generale.

Nonostante i tentativi di aggiornare il gameplay, i difetti strutturali rimangono lì dov'erano e danno vita ad un gioco tutt'altro che divertente.

Certo, riproporre proprio in questo periodo un titolo le cui atmosfere richiamano fortemente i regimi della vecchia Unione Sovietica richiede una discreta dose di coraggio, ma cercate di andare oltre la visione superficiale e vi ritroverete tra le mani un gioco MOLTO particolare che mixa più generi tra loro.

Protagonista passivo/attivo dell'esperienza è l'inquietante Void, un mondo vuoto nato da un esperimento andato molto, molto male. In questo inquietante nulla il vostro personaggio, un “clone di proiezione creato per esplorare il Void” entrerà come ingranaggio di una macchina che solo se ben oliata dagli sforzi della collettività può sperare di dare vita ad una società vivibile ed equa. Ehm...

Spetterà a voi cercare e sfruttare le risorse che troverete in giro per ricostruire quanto è stato tolto alla razza umana. La distopia regna sovrana in questa specie di Minecraft nel quale non è sempre facilissimo capire cosa bisogna fare per andare avanti. Inizierete la vostra fatica con pochi mezzi a disposizione, una piccozza e una pala con le quali dovrete spaccare muri e scavare buchi dai quali salteranno fuori le prime materie prime da trasportare poi in una sorta di base dove il nostro lavoro verrà ricompensato con nuovi edifici da posizionare, dai quali scaturiranno nuovi strumenti con cui allargare lo spettro di attività possibili.

Per “facilitare” un minimo la vita dei giocatori sono stati aggiunti dei brevissimi tutorial iniziali che instradano verso gli obiettivi.

Rispetto al passato il gioco è stato aggiornato tecnicamente e bilanciato con maggiore attenzione per abbracciare anche il pubblico che predilige le esperienze single-player, grazie all'introduzione di una modalità offline. In questa verrete affiancati da un secondo personaggio controllato dall'Intelligenza Artificiale che vi aiuterà nel lavoro e darà una (piccola) accelerata al ritmo di gioco che soprattutto nelle prime ore sfiora la definizione di “soporifero”. Mettete tuttavia in preventivo più di un momento in cui vi chiederete cosa dovete fare per andare avanti senza avere alcun aiuto significativo dal vostro silente compagno di sventura.

A questa novità comunque degna di nota si aggiunge la presenza di un nuovo strumento, il rampino, che in teoria dovrebbe facilitare un po' l'esplorazione verticale delle isole. Purtroppo, però, introduzioni di questo tipo fatte in corsa spesso cozzano con un game/level design originariamente pensato per altri tipi di interazioni. Il risultato è un utilizzo innaturale di questo attrezzo, il cui potenziale rimane sfruttato ai minimi termini e non influisce più di tanto sulla fruizione generale.

Questo è anche uno dei motivi per cui, nonostante le suddette novità, The Tomorrow Children: Phoenix Edition rimane un gioco orientato alla condivisione. Un abbonamento PlayStation Plus base vi sarà sufficiente per ampliare la quantità di risorse ricavate dal duro lavoro grazie alla collaborazione con altri giocatori e di conseguenza velocizzare non poco il gameplay che rimane comunque molto rigido per tutta la durata dell'esperienza.

Nel gioco visiterete una quarantina di isole differenti, molte delle quali nascondono pericoli piuttosto concreti per la fragile protagonista.

Ci spieghiamo meglio: se siete più avvezzi a titoli capaci di ricompensare i vostri sforzi in modi eclatanti e veloci, qui troverete ben poche soddisfazioni. Se uno degli obiettivi degli sviluppatori era quello di trasmettere al giocatore la sensazione di privazione della libertà (virtuale, ovviamente) e della fatica nel raggiungere gli obiettivi, il centro è stato colpito alla perfezione... ma quanti si divertiranno davvero con un'esperienza simile?

Oltre ad aver lasciato quasi intatta la rigidità del titolo originale, i sei anni passati infatti non hanno cambiato nemmeno la piattaforma di riferimento di The Tomorrow Children, che rimane confinato nel bioma PlayStation sporgendosi però anche verso il pubblico PS5 grazie alla retrocompatibilità. Giocare la Phoenix Edition sull'ultima console Sony non modifica in alcun modo l'esperienza quindi non aspettatevi miglioramenti dal punto di vista dei caricamenti (che rimangono comunque sufficientemente rapidi) o novità per quanto riguarda le caratteristiche “percettive”.

Sei anni fa The Tomorrow Children meritava una sufficienza piena nonostante i molti problemi che lo affliggevano. Era un titolo coraggioso sotto tutti i punti di vista (incluso quello estetico) ma anche molto rischioso, che diede vita ad un risultato a dir poco confuso. L'azzardo non ha pagato all'epoca e purtroppo neanche i sei anni passati nel frattempo sono riusciti a sistemare le cose. Nonostante alcuni miglioramenti si vedano e rendano la vita più comoda, su questa Phoenix Edition si staglia lo stesso, grosso punto interrogativo che all'epoca era apparso sulle teste di chiunque giocò il titolo originale: dove volevano andare a parare Dylan Cuthbert e la sua ciurma?

Gli elementi di interazione sociale sono rimasti praticamente inalterati e in effetti, giocato in multiplayer, The Tomorrow Children acquista qualche punto.

Probabilmente neanche loro riuscirebbero a dare una risposta del tutto chiara a questa domanda ed è un peccato perché in certi momenti si percepisce qualche lampo di interesse e genialità nel gameplay di The Tomorrow Children, del genere che per tanti anni si è visto anche nelle opere di Peter Molyneux. Purtroppo, non arriveremo mai a vedere completa e godibile la visione artistica e ludica custodita nella mente del buon Cuthbert... a meno che tra altri sei anni non decida di realizzare un'altra versione del gioco.

5 / 10

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A proposito dell'autore

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Daniele Cucchiarelli

Contributor

Lavora nel giornalismo videoludico da oltre 20 anni. Anche se tutti quelli che lo conoscono gli hanno consigliato di "trovarsi un lavoro serio", resta sempre fedele al suo primo amore.

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