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Valorant - prova

Un bravo artista copia, un grande artista ruba.

Il mercato dei videogiochi ha ormai da tempo conosciuto la potenza dei grandi eventi mediatici, quei fenomeni che spesso inspiegabilmente travolgono il sottobosco dell'intrattenimento digitale, prendendosi tutto il palcoscenico e lasciando solo poche briciole a una concorrenza annichilita. Un tempo vigeva il dominio di H1Z1, dopodiché è giunto il regno di Playerunknown's Battelgrounds, poi a sua volta spazzato via da Fortnite.

Valorant, dal canto suo, sembra qualcosa di diverso. Perché aldilà delle oltre due milioni di persone che hanno scelto di seguire l'esordio della versione Beta su Twitch e sulle altre piattaforme di streaming, si cela un progetto figlio di un'ambizione differente, più vicino alla strada già esplorata dagli "immortali" come Counter-Strike, DotA, Overwatch e ovviamente League of Legends.

Quando Riot Games ha rivelato al mondo che, oltre a portare avanti il suo MOBA di bandiera, stava lavorando a un intero parco titoli destinato a coprire il maggior numero possibile di generi videoludici, abbiamo avvertito un tremito nella forza. Quel tremito che accompagna la nascita di un nuovo pretendente al trono, di una società determinata a seguire le pesantissime impronte della Blizzard Entertainment di Mike Morhaime, di imporsi come entità leader a trecentosessanta gradi.

È evidente che Riot Games sia già da tempo un'azienda leader nel mercato dei videogiochi, ma fino ad oggi era ancora possibile appellarsi alla teoria del colpo di fortuna, tacciandola di essersi semplicemente trovata nel posto giusto al momento giusto. Aver realizzato League of Legends poco prima del picco di popolarità raggiunto dai MOBA è stato un atto di straordinaria bravura, ma non bastava di per sé a certificare l'assoluta solidità del reparto creativo. Valorant, invece, si presenta come il primo in una lunga serie di progetti che nascono all'unico scopo di mostrare al mondo tutto il potenziale della compagnia.

Della serie: abbiamo fatto un MOBA e adesso è il più giocato al mondo, ora è giunto il momento di replicare, ma con uno sparatutto competitivo in prima persona. Valorant resta un videogioco derivativo, proprio come fu LoL prima di lui: le fondamenta sono quelle di Counter Strike: Global Offensive, la palette cromatica ricorda Overwatch e Fortnite, ed è inevitabile associare il parco degli Agenti e le rispettive abilità a quanto già visto in tutti gli hero shooter della generazione corrente.

L'esecuzione tecnica, d'altra parte, è a dir poco impeccabile. Il livello di pulizia del netcode, l'esperienza maturata nella gestione dell'apparato estetico dopo anni di MOBA, il map-building, il feed delle armi da fuoco, le impostazioni di mira, la qualità delle texture. Non importa da quale prospettiva si scelga di analizzare Valorant: ciò che emerge è l'indole perfezionista che caratterizza lo studio, determinato a lanciare nel mercato una bomba nucleare di indiscutibile qualità.

Se già è quasi impossibile imbattersi in un titolo compiuto che sia privo di difetti, è ancor più difficile che ciò accada nella cornice di una versione Beta. Avviando Valorant ci si trova catapultati in un vortice di fluidi e convincenti scontri cinque contro cinque che incarnano l'anima stessa dell'FPS competitivo, prendendo in prestito diverse ispirazioni e innestandole su un'identità piuttosto marcata.

Le linee di tiro ingegnose, i corridoi ben architettati e l'arsenale di armi stilose e bilanciate raccontano un titolo che si trasformerà, senza ombra di dubbio, in un punto di riferimento per il futuro degli esports. È bastata una rapida occhiata a Valorant per convincere alcuni fra i più talentuosi pro-players di Counter-Strike e Overwatch a passare al gioco di Riot, un titolo che ha le carte in regola per raggiungere numeri senza precedenti.

Valorant è caratterizzato da una certa perfezione estetica. Si respira l'aria di Counter-Strike, ma la grafica è molto più giocosa.

Ma passiamo ai fatti. La formula di Valorant ricalca piuttosto da vicino l'architettura lanciata da Half-Life e poi ripresa dal re degli shooter di Valve, posizionando i giocatori all'interno di arene punteggiate di finestre, porte socchiuse e piazzole in cui vige una singola regola: il gunplay preciso è padrone assoluto dell'esperienza. La cosiddetta "raw skill", ovvero un mix di prontezza di riflessi, mira e gestione del rinculo, è ciò che determina l'esito della maggior parte degli scontri, battaglie in cui il giocatore più forte ha quasi sempre la meglio.

D'altro canto, si tratta di un gioco di squadra ricamato attorno alla classica formula di attacco e difesa, con un team intento a piazzare l'ordigno e l'altro determinato a impedirglielo a qualsiasi costo. E parlando di costi, non stupisce neppure l'integrazione di un negozio in-game nel quale, un round dopo l'altro, è possibile acquistare nuove bocche da fuoco per rispondere alle esigenze della squadra, partendo dal più semplice dei revolver per arrivare ai fucili d'assalto, agli shotgun e ai calibri prediletti dai cecchini.

Insomma, all'apparenza non c'è niente di nuovo dal fronte occidentale, ma oltre la copertina fatta di realismo balistico e sparatorie mozzafiato si nasconde un sistema di Agenti che pesca a piene mani dagli esperimenti compiuti da Overwatch prima e da Apex Legends poi. La scelta dell'Agente modifica radicalmente il gameplay e la navigazione della mappa, dal momento che ciascuno di questi particolari personaggi mette sul piatto ben quattro abilità attive da sfruttare per ribaltare l'esito delle partite.

Si passa dai talenti di Sova, che può individuare e persino abbattere i nemici attraverso i muri, fino a quelli di Sage, che in pieno stile Mercy ha la facoltà di rianimare un compagno abbattuto, dai teletrasporti di Omen fino ai fumogeni di Jett; ciascun Agente porta con sé tanto sottili rimpiazzi delle classiche "utilities" presenti in Counter-Strike, come ad esempio i fumogeni, quanto vere e proprie skill game-changer, forti di un livello di potenza paragonabile a quello delle Ultimates di Overwatch.

Al momento sono disponibili 10 Agenti che incarnano quanto già visto negli altri hero-shooter della generazione, su tutti Overwatch e Apex Legends.

La ricetta è piuttosto complessa: una serie di mappe della vecchia scuola ospitano battaglie costruite attorno alla più pura fra le formule di gunplay competitivo, aggiungendo gli elementi cardine del gioco di squadra, per poi condire il tutto con un roster di folli Agenti e abilità fuori dal comune. Sono proprio queste caratteristiche ad aver catturato l'attenzione di centinaia di giocatori professionisti, sedotti con facilità da una delle offerte più profonde e intricate in circolazione.

Al tempo stesso, proprio come accaduto sui lidi di League of Legends, non serve assolutamente essere dei campioni per godersi una partita a Valorant, anzi, è sufficiente mettersi alla prova in pochi round per assaporarne il lato più divertente, notando al tempo stesso il costante miglioramento delle proprie capacità. È un titolo che abbraccia a tutto tondo la filosofia universale perseguita dai colossi dell'industria, adottando sistemi facilissimi da prendere in mano ma estremamente complicati da padroneggiare.

Leggendo queste righe, vi sarà balenata per la mente l'idea di trovarvi di fronte ad un videogioco quasi perfetto. La verità è che Valorant è vicinissimo ad essere il titolo che meglio risponde alle esigenze del mercato contemporaneo, mettendo in scena tutto ciò che gli utenti desiderano o hanno desiderato da un videogioco competitivo, e siamo certi che catalizzerà l'attenzione mediatica per anni e anni, gettando l'ancora nelle acque più profonde dell'esport.

Tuttavia, non possiamo ignorare la strada scelta da Riot Games per raggiungere questo obiettivo. Valorant infatti è un trionfo della derivazione, un'opera che rifiuta interamente l'originalità per affidarsi a sistemi architettati e ampiamente rodati da altri prima di lui. Alcune abilità sono l'esatto rip-off degli equivalenti incontrati in Overwatch, gli artwork sembrano usciti da Respawn Entertainment, per non parlare del gunplay, che è la copia carbone di quello introdotto da Counter-Strike.

Quando entrano in gioco le abilità, il gunplay tattico cede il passo alla fantasia del momento.

Pablo Picasso disse che "un bravo artista copia, un grande artista ruba". Ecco, questa frase riassume alla perfezione la filosofia creativa di Riot Games, che dopo l'exploit di League of Legends ha scelto consapevolmente di ripetersi attraverso una nuova reinterpretazione di meccaniche create e consolidate da altri. Se da una parte è obbligatorio levarsi il cappello di fronte alla maestria tecnica dimostrata dallo studio, dall'altra sentiamo che forse, nel profondo, c'è qualcosa di sbagliato.

Ma queste sono solo chiacchiere, perché Valorant ha letteralmente asfaltato la concorrenza secondo qualsiasi metrica contemporanea, monopolizzando i canali d'intrattenimento quali Twitch e YouTube e facendo registrare numeri da capogiro in una singola settimana di versione Beta. Che piaccia oppure no, Riot Games si trova di nuovo in vetta, e Valorant ha tutte le carte in regola per emergere come nuovo signore indiscusso degli shooter competitivi.

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Avatar di Lorenzo Mancosu

Lorenzo Mancosu

Editor-in-Chief

Cresciuto a pane, cultura nerd e videogiochi, i suoi primi ricordi d'infanzia sono tutti legati al Super Nintendo. Dopo aver lavorato dentro e fuori dall'industry, è finalmente riuscito ad allontanarsi dalle scartoffie legali e mettere la sua penna al servizio di Eurogamer.it.

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