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The Last of Us Parte I | la recensione

Ce n’era bisogno? No. È caro? Sì. Ma che importa, è ancora bellissimo.

Eurogamer.it - Essenziale
The Last of Us è un gioco di rara potenza, imperdibile per ogni appassionato. E ora è anche più bello.

Partiamo da una premessa: per me The Last of Us è uno dei migliori videogiochi di tutti i tempi. I perché li andrò a sviluppare tra poco ma, prima che iniziaste a leggere questa recensione, mi pareva giusto giocare a carte scoperte per una semplice questione di onestà intellettuale.

Ebbene, ora che ho metaforicamente gettato la maschera e che probabilmente alcuni avranno abbandonato l’articolo perché quanto dichiarato è contrario al loro credo religioso, possiamo andare avanti a discutere di un gioco che, a nove anni dalla sua release, è ancora terribilmente d’attualità, forte di una sceneggiatura, di un cast e di alcuni dei dialoghi più azzeccati nella storia del nostro medium.

Giudizi questi che non possono che trovare maggior forza se, come il sottoscritto, sì è realmente padri di una figlia, rafforzando così l’immedesimazione con Joel, il protagonista. È un discorso che non tutti comprenderanno, soprattutto i più giovani, per i quali la genitorialità è ancora relegata a un eventuale futuro remoto, ma ci sono opere le cui sfumature si apprezzano maggiormente con la maturità.

Siamo solo all'inizio, eppure qui c'è quello che sarà Joel nel resto del gioco.

La scena dell’addio di Cooper alla figlia Murphy in Interstellar ne è un esempio (mi commuovo ogni volta che la vedo); e il rapporto padre-figlia che si viene a creare gradualmente tra Joel ed Ellie, negli Stati Uniti apocalittici immaginati dai Naughty Dog, ne è un altro. Sarebbe poi una grave colpa non citare il film The Road con Viggo Mortensen (2009), a sua volta tratto da La Strada di Cormac McCarthy, pubblicato nel 2006 e vincitore del Premio Pulitzer nel 2007: senza quel romanzo, chissà, The Last of Us non sarebbe stato lo stesso. Tutte opere, queste, che per il sottoscritto sono più forti di quanto già non siano.

Il rapporto tra padre e figlia di The Last of Us viene introdotto con grande delicatezza, grazie a una sceneggiatura che ha l’accortezza di offrire al protagonista una seconda paternità in modo graduale, coerente e credibile, con quella che all’inizio non è che un’adolescente sconosciuta.

Rigiocandolo e sapendo già dove la trama andrà a parare, si apprezzano enormemente le piccole sfumature nascoste tra le pieghe di dialoghi apparentemente irrilevanti. E si capisce da quanto lontano arrivi la creazione di un rapporto che sfocerà in uno dei finali più memorabili della storia del nostro medium. Finale che peraltro sarà il perfetto trampolino di lancio per quel sequel uscito due anni fa che, se possibile, colpisce ancora più duramente allo stomaco il giocatore, che pure vi s’avvicina consapevole di ciò cui sta andando incontro.

L'amore nasce quando meno te l'aspetti.

Dicevamo che l’esplosivo risultato complessivo non sarebbe stato possibile senza la presenza di un cast di protagonisti e di comprimari di assoluto spessore. Su di essi, come una stella polare, brilla Joel, per chi scrive non uno dei migliori personaggi della storia dei videogiochi, ma IL migliore.

Non è il classico eroe stereotipato dei videogame ma un uomo a tutto tondo, con le sue forze e le sue debolezze, coraggioso e meschino al tempo stesso, una persona abbruttita dalla vita e inconsapevolmente in cerca di una redenzione, come dopo solamente l’Arthur Morgan di Red Dead Redemption 2 farà qualche anno dopo. Con la differenza che mentre quest’ultimo poi la trova, Joel sul più bello getta tutto alle ortiche sacrificando l’Umanità sull’altare dell’amore, che può anche essere egoista. Perché certi drammi, nella vita, non li si può vivere una seconda volta.

Ebbene, a distanza di nove anni dall’esordio di cotanto gioco su PlayStation 3, ci troviamo di fronte a questo “remake” (il virgolettato non è casuale), che vede il vecchio The Last of Us tirato a lucido e (probabilmente) rifatto con un’evoluzione del motore grafico della Parte II, che, quando uscì nel 2020, lasciò tutti a bocca aperta per la sua resa grafica. Capolavoro annunciato, quindi? Incredibilmente no, e non tanto perché lo diciamo noi (il voto che vedete qui sotto parla chiaro), quanto perché così ha deciso la giuria popolare dei social.

Ecco le differenze tra il Remaster del 2014 per PS4 e il Remake del 2022 per PS5.

La stessa che in questi anni, a torto o a ragione, prima della loro uscita ha cassato The Order: 1886, Prey, Anthem, RDR 2, Diablo Immortal, il nuovo Monkey Island e Battlefield 5. Una lista questa assolutamente incompleta, che chiunque abbia una memoria migliore della mia (è l’età, che ci volete fare…) potrà arricchire di ulteriori esempi.

Ma di quali reati sarebbe colpevole questo The Last of Us Parte I? Di quali indicibili colpe si stanno macchiando i Naughty Dog nell’aggiornare una seconda volta il loro capolavoro a nove anni dalla sua uscita? Essenzialmente due: il prezzo e il fatto che, per alcuni, non è che ce ne fosse questo gran bisogno.

Partiamo da quest’ultima critica, invero piuttosto curiosa. Come tutti sappiamo, viviamo in un sistema capitalista basato sull’offerta e sulla domanda. I negozi espongono merci che, nel 99% dei casi, non ci interessano; ciò che ci attira, e che dunque acquistiamo, non è che una piccolissima parte del loro inventario.

Io, ad esempio, non sono interessato ai monopattini e non ne comprerò mai uno, non per questo mi verrebbe in mente di andare sui social di Segway o Xiaomi e insultare qualche loro dipendente, affermando che non dovrebbero produrne in quanto per me inutili. Né scriverei parole di fuoco a MediaWorld o Amazon perché li commercializzano. Alcuni gamer, invece, no. Alcuni gamer si sentono autorizzati a protestare con publisher e sviluppatori se di un videogioco, a loro insindacabile avviso, non c’è bisogno.

Il rifacimento di The Last of Us col motore grafico del secondo capitolo propone fotogrami di grande suggestione, come questo.

Siccome, come ricordavo, viviamo in un sistema di mercato basato sulla domanda e sull’offerta, se qualcosa non c’interessa c’è una cosa semplicissima che possiamo fare: non comprarla. Se alla fine il mercato non reputerà interessante un prodotto, questo sarà un fallimento e il venditore in futuro si guarderà bene dal riproporlo. Diversamente, lo rifarà e andrà avanti finché i ricavi supereranno i costi.

Fatte queste premesse, la polemica sorta attorno all’utilità di un secondo “remake” lascia un po’ il tempo che trova. I Naughty Dog potrebbero produrne anche uno all’anno: è nelle loro facoltà farlo. D’altro canto, noi consumatori avremo sempre la possibilità di acquistarlo o meno. Non cambio il rasoio ogni volta che Gillette prova a spacciarmi per nuovo un modello che è uguale a quello che uso da anni; alzo le spalle e lo lascio lì dov’è, senza arrabbiarmi con nessuno. E nessuno ci sta puntando una pistola alla tempia obbligandoci a comprare The Last of Us Part I. Chi non ne sente il bisogno, non lo compri.

Per quanto riguarda il prezzo, restiamo sempre nell’ambito di quanto appena descritto. Ok, il prezzo è giusto? Bene, procediamo all’acquisto. È troppo alto? Scaffale. Ciò detto, un’opinione è comunque lecito averla e il cartellino di The Last of Us Parte I è oggettivamente alto. Anzi, scioccamente alto, e per due ragioni. La prima è che il remake per PlayStation 4, The Last of Us Remastered, al momento è in vendita sul PS Store a 19,99 euro, mentre l’espansione Left Behind è in vendita a 9,99 euro. Ne risulta un importo complessivo di 26,99 euro.

Il photo mode è molto versatile e offre anche una completa gestione dei punti luce, peccato solo per la telecamera che non si muove liberamente come sarebbe lecito attendersi.

The Last of Us Parte I (inclusivo dei “remake” del gioco base e dell’espansione) è invece in vendita a 79,99 euro, che salgono a 89,99 euro nel caso della Digital Deluxe Edition, che al pacchetto base aggiunge una manciata di skin per le armi, l’accesso anticipato alla modalità speedrun, e poco altro.

Da dove saltano fuori 53 euro di differenza? Non lo si capisce. O meglio, a ben guardare lo si comprende ma non lo si condivide. Nel 2014, infatti, Naughty Dog pubblicò una Remaster di The Last of Us per PlayStation 4, che introdusse il supporto al touchpad del DualShock 4 (per navigare il menu dell’inventario), l’utilizzo della light bar per indicare la salute del nostro personaggio e la possibilità di sentire le registrazioni audio attraverso lo speaker del controller.

La Photo Mode permetteva invece di mettere il gioco in pausa e di muovere liberamente la visuale, mentre durante le cutscene si poteva sentire il commentario di Druckmann, Baker e Johnson. La Remastered, infine, introdusse anche miglioramenti alla grafica, al rendering e alla draw distance. Venne migliorato anche frame rate e furono aggiunte varie opzioni audio.

Le cutscene sono calcolate in tempo reale, con risultati che fino a qualche anno fa sarebbero stati appannaggio solamente della computer grafica.

Ebbene, tutte queste cose sono presenti anche in questa riedizione, uscita otto anni dopo, che però costa molto di più. E allora? E allora il punto sta nel termine che prima, non a caso, è finito tra le virgolette: “remake”. Secondo Naughty Dog, infatti, questa non è una rimasterizzazione ma un rifacimento. Ciò perché The Last of Us Parte I prende tutti contenuti dell’originale e li mette nel motore grafico utilizzato da The Last of Us Parte II, uscito nel 2020. A ciò aggiunge miglioramenti al gameplay, ai controlli, alle prestazioni e alle opzioni per l’accessibilità. Su PlayStation 5 è inoltre presente il support all’audio 3D, al feedback aptico e ai grilletti adattivi del DualSense (con un risultato piuttosto ordinario).

Il remake offre anche tonnellate di extra come bozzetti, modelli tridimensionali dei personaggi da guardare sotto ogni angolazione, skin, varie modalità di renderizzazione (alcune ingiocabili, chissà chi le userà), modificatori (mondo speculare, munizioni infinite, raggio di ascolto infinito, materiali infiniti, ecc.), dietro le quinte e altro ancora.

La quantità di extra potrebbe trarci in inganno ma parlare di “remake” resta comunque borderline: i Naughty Dog non hanno scritto una nuova sceneggiatura, non hanno creato nuove mappe di gioco, né registrato nuovi dialoghi o aggiunto altro che non fosse già presente a suo tempo. Senz’altro hanno rivisto tutti gli asset ma non siamo di fronte a un remake come il Resident Evil 2 del 2019, che rispetto all’originale del 2002 cambiava il sistema di controllo e la telecamera, portandola sulla spalla del protagonista come in Resident Evil 4.

La gestione delle luci, col "nuovo" motore grafico, garantisce risultati al limite del pittorico.

Qui è tutto esattamente come ce lo ricordavamo, solo dannatamente più bello da vedere, con le opzioni per personalizzare pressoché qualsiasi aspetto del gioco e una risoluzione grafica che varia dai 4K a 40Hz della modalità Precisione, ai 4K dinamici (che possono scendere a 1440p) e 60Hz della modalità Prestazioni.

Alla luce di tutto ciò 80 euro paiono eccessivi, anche considerando il valore dell’opera, anche pensando che poi gli utenti del PlayStation Plus si troveranno questo remake nelle PlayStation Hits. Un prezzo di 49,99 euro sarebbe stato perfetto, 59,99 un pelo troppo alto. I 79,99 richiesti da Sony, ci spiace ma non li condividiamo, il che trova un riflesso nella valutazione finale (un punto in meno ci pare sufficiente).

Il numerino qui sotto però deve anche tenere conto del fatto che in questi nove anni il gioco ha mantenuto intatta la sua potenza: uscisse oggi per la prima volta, probabilmente il Metacritic sarebbe sempre attorno ai 95/100 di oggi. Discorso analogo per il DLC Left Behind, che ancorché abbia avuto il merito di anticipare le tematiche LGBTQ+ in un periodo in cui farlo non era banale, dal punto di vista prettamente ludico si rivela più leggero e lento rispetto al gioco base, nonostante alcuni momenti di pura poesia.

Il numerino qui sotto, inoltre, non può neppure dimenticare che nel 2020 è uscito The Last of Us Parte II, che inevitabilmente ha preso la formula originaria e l’ha migliorata in alcuni suoi aspetti. Col risultato che The Last of Us Parte I è ancora un gioco splendido ma non è più il migliore The Last of Us in circolazione.

Questo, però, solamente dal punto di vista del level design, offrendo la Parte II un’esperienza più aperta laddove il progenitore, oggi, appare più lineare di quanto non lo fosse all’epoca. Sia chiaro, non si vive di soli open world e uno dei titoli più sorprendenti di quest’anno è stato il linearissimo Marvel's Guardians of the Galaxy, ma oggi più che mai il primo TLOU appare come una lunga sequela di corridoi scriptati.

Se però si analizza il gioco sotto il profilo narrativo, il primo The Last of Us resta ancora il migliore, vuoi per il finale (non se ne sono più visti altri così nella storia dei videogame), vuoi perché il secondo episodio è così ammorbante che sono in molti coloro che l’hanno finito, ripromettendosi però che non l’avrebbero più giocato. Per carità, era bellissimo, ma alcune situazioni erano troppo dure da digerire e le atmosfere fin troppo pesanti.

Concludendo, non resta che spiegare il voto. L’originale prese 10/10 dal buon Filippo Facchetti, che lo definì “il punto più alto toccato dalla PlayStation 3”. Oggi, a nove anni di distanza, The Last of Us non è il punto più alto toccato dalla PlayStation 5 ma resta uno dei migliori videogiochi in circolazione. Se non avete mai vissuto le avventure di Joel ed Ellie (e nove anni corrispondono a una nuova generazione di videogiocatori), correte immediatamente ai ripari perché questo è un gioco imprescindibile per qualsiasi appassionato, un capolavoro di eterna bellezza che ancora oggi è in grado di tenere testa alla stragrande maggioranza dei tripla A in circolazione.

Ingrandite la foto, guardate bene il volto di Joel e vedrete l'uomo divenuto bestia per sopravvivere (e difendere chi ama).

Se invece avete già giocato The Last of Us e Left Behind quando uscirono e, come il sottoscritto, magari vi siete già fatti una seconda run con la Remaster per PS4, l’acquisto di questo Remake è un gesto puramente facoltativo e accessorio, un atto d’amore nei confronti di uno sviluppatore che, purtroppo, è disposto a ricambiare il nostro affetto solamente dietro un lauto compenso.

9 / 10

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A proposito dell'autore
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Stefano Silvestri

Editor in Chief, EG.it

Il suo passato è costellato di tutto ciò che è stato giocabile negli ultimi 40 anni. Dal ’95 a oggi riesce a fare della sua passione un mestiere, non senza una grande ostinazione e un pizzico di incoscienza.

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